10 buone ragioni per leggere "Suoni Bestiali"

Un bel libricino, ricco di esempi e suggestioni, in grado di introdurre il lettore allo stupefacente mondo dell'ecologia acustica.

Prima ragione, pg. 3 - un promemoria sempre valido. “È giusto conoscere gli animali, è importante che tutti li comprendano nella loro realtà biologica. Sono i nostri pazienti compagni di viaggio in questa vita, che troppo spesso ignoriamo o maltrattiamo, o che spazziamo via dalla faccia ella Terra senza troppi complimenti a causa dei ostri sciagurati comportamenti. Gli animali sono essenziali per la nostra sopravvivenza, ma solo conoscendoli possiamo rispettarli, e solo rispettandoli saremo in gradi di tutelarli.


Seconda ragione, pg. 29 - gli elefanti chiacchierano molto (ma a bassa voce e in determinate fasce orarie). Bene o male, tutti abbiamo avuto modo di ascoltare il barrito di un elefante. Quasi nessuno però, tranne una manciata di naturalisti, ha avuto il piacere di ascoltare il borbottìo di infrasuoni generati dai gentili pachidermi. Si deve alla zoologa Katy Payne la scoperta che queste bestiole, alte 3.50 metri e pesanti fino a 6 tonnellate, emettono potenti “muggiti” con frequenze che oscillano tra i 10 Hz e i 60 Hz. Il risultato pratico è che gli elefanti possono coordinare agevolmente le loro attività sociali (incontro, scambio, difesa del territorio, corteggiamento) all’interno di ampie distese di savana o foresta, potendo contare su un raggio di ascolto che varia da 30 a 300 chilometri quadrati.


Terza ragione, pg. 50 - il paesaggio e la struttura dell’ambiente incidono sull’evoluzione di versi, canti e richiami. È l’ipotesi dell’adattamento acustico, bellezza. Testata in particolar modo sulla comunicazione acustica dell’avifauna, questa ipotesi sostiene che le proprietà del canto degli uccelli siano determinate anche dalla struttura dell’habitat. “Nel corso della propagazione, il suono si muoverà in uno spazio le cui caratteristiche implicheranno assorbimento, riflessione, rifrazione, diffusione e così via, portando ad una più o meno sostanziale degradazione del segnale.” Tale ipotesi può aiutare i ricercatori a definire il profilo del canto delle specie che frequentano spazi aperti e poco densi (praterie, campagne, aree umide di pianura) o chiusi e molto articolati (foreste, boschi, aree arbustive fitte).


Quarta ragione, pg. 59 - guai a dimenticare i danni generati dalle attività dell’Homo sapiens. A nessuno di noi piace entrare in un pub e dialogare con il proprio vicino impiegando gesti scomposti e segnali luminosi a causa della musica troppo alta. Spesso però, gli animali selvatici si trovano a dover affrontare un problema molto simile. A volte si tratta di un rumore di fondo di origine naturale (pensiamo al baccano generato da una cascata, da un torrente impetuoso, o dal mare in prossimità della costa) ma, quasi sempre e quasi ovunque, l’incessante disturbo è frutto dalle attività antropiche le quali, nei casi più acuti, possono generare nella fauna un vero e proprio stress acustico. “immaginate una balenottera azzurra nata 70 anni fa. Alla sua nascita, produceva suoni che potevano essere percepiti fino a 1600 Km di distanza: oggi, questa distanza si è ridotta ad appena 160 Km, ossia di ben 10 volte. Per le balene franche (Eubalena australis) questa riduzione è dell’80%.


Quinta ragione, pg. 66 - grandi orecchie e campo magnetico terrestre: l’eccezionale capacità di ascolto di alcuni predatori. Il predatore ideale, si sa, è colui che riesce a mantenersi invisibile fino all’ultima frazione di secondo che precede l’attacco. In questo, l’udito e le capacità di ascolto possono davvero fare la differenza. “Tutti i predatori si costruiscono una cosiddetta “immagine di ricerca” della preda: una caratteristica, o meglio un insieme di caratteristiche, che permettono di identificare l’appetitoso obiettivo discernendolo da uno sfondo ricco di elementi che distraggono.” Si tratta di una pratica che noi Homo sapiens abbiamo purtroppo accantonato, privilegiando smisuratamente vista e (seppur raramente o quasi inavvertitamente) olfatto. Vero, abbiamo smesso di procacciarci il cibo da qualche migliaio di anni, ma riusciremmo ad orientarci all’interno del nostro quartiere impiegando solo l’udito? Saremmo in grado di riconoscere un luogo a noi caro basandoci solo sulle sue marche acustiche? Tornando al libro di Russo, l’autore ci spiega come barbagianni, volpi, pipistrelli e orche, impieghino l’udito (e altri straordinari meccanismi frutto di un’evoluzione apparentemente perfetta) per identificare le loro prede, seguendone i movimenti e studiando il modo migliore per cacciare all’interno di habitat complessi e pieni d’insidie.


Sesta ragione, pg. 79 - torniamo dagli elefanti: memoria e librerie di suoni.

A volte è la preda potenziale a sfuggire al predatore origliandone le conversazioni”.

Straordinario. Danilo Russo torna a parlare degli elefanti e di come, grazie anche alla poderosa memoria che li caratterizza, riescano a riconoscere dialetti e lingue umane. Non solo: a quanto pare sono in grado di ricordare e quindi distinguere l’età, il sesso e l’etnia degli individui di Homo sapiens con i quali interagiscono (positivamente o negativamente).


Settima ragione, pg. 90 - un’illuminante carrellata di curiosità circa il mobbing e mimetismo vocale (no, non stiamo parlando del vostro collega molesto). “Il mobbing nasce in etologia e si riferisce al comportamento con cui un soggetto di altra specie […] viene attaccato da più individui (perché disturbati o quali prede potenziali) e così allontanato da un’area delicata, ad esempio da un sito di nidificazione.” Questo comportamento si registra facilmente in prossimità delle città, dove le specie più sociali di corvidi possono organizzarsi per esercitare mobbing su altri predatori (piccoli falchi, ad esempio) o su specie che vengono percepite come “concorrenti” all’interno del proprio territorio. Tutto questo, sul versante acustico, si traduce nella possibilità di chiedere supporto a individui facenti parte di altre specie o viceversa percepire il pericolo segnalato da un individuo di una specie differente dalla propria. Come? Imparando la lingua dei propri vicini e interpretando il segnale d’allarme eterospecifico: in natura, per evitare fraintendimenti, è necessario conoscere il richiamo degli altri. Meglio evitare di scambiare un “scappate scappate!” con un “è arrivata la pizza!”. Ovviamente non finisce qui. Tra i numerosi esempi, Russo ci racconta il caso della fainoplepa nera (Phainopepla nitens) la quale, quando si trova in situazioni scomode, “si esibisce anche con i versi di una dozzina di altre specie. […] Si è sperimentalmente verificato che sia il verso di allarme della fainopepla, sia quelli di altre specie che la fainopepla imita (soprattutto se emessi in combinazione) possono attrarre uccelli di altre specie e indurli ad attaccare il fantoccio di un predatore.” Questo uccello è un genio.


Ottava ragione, pg. 110 - il paesaggio sonoro. “Abbiamo visto come un animale viva praticamente immerso in un mondo di suoni. Versi di amici, di nemici, di conspecifici, di eterospecifici, di rumori naturali e antropici. Un incredibile quantità di informazioni da percepire, decodificare, elaborare. Suoni, dunque, leggibili su “scala” diversa, che potranno sia raccontare cosa, ad esempio, un altro animale stia facendo, sia rappresentare, nel loro insieme, una realtà complessa ma riconoscibile nella sua unità, insomma un vero e proprio paesaggio acustico o soundscape. […] Il nostro mondo sensoriale è sempre più appiattito dalla vita urbana, mentre quello in cui essi sono immersi è ricchissimo di indizi abilmente percepiti ed elaborati.


Nona ragione, pg. 114 - laringe e siringe. Il canto degli uccelli, apprendimento e loquacità. La laringe “negli uccelli ha il solo ruolo di chiudersi nella deglutizione, evitando che acqua e cibo impegnino per errore il tratto respiratorio. L’organo deputato alla produzione del suono si chiama invece siringe e si trova tra la trachea e i bronchi. […] consiste in due metà indipendenti, nel senso che ciascuna può produrre una melodia diversa e autonoma contemporaneamente!” Nelle pagine seguenti, l’autore spiega passo passo l’importanza del tipo di modulazione (canto e verso), le fasi di apprendimento (cruciali affinché ciascun richiamo non venga confuso o disperso in ambienti affollati e complessi) e l’impiego nelle fasi di corteggiamento e consolidamento della coppia (duetti e sincronia tra i partners).


Decima ragione, pg. 130 - i pappagalli si adattano all’ascolto e all’imitazione di suoni inusuali.

Sì perché, ovviamente, questi intelligenti pennuti non hanno imparato a riprodurre la voce dell’uomo per ingraziarsi la nostra specie, bensì per affrontare con efficacia gli articolati rapporti sociali che caratterizzano la loro vita in natura.

Si è osservato infatti che “i papagalli, attraverso la loro capacità di modificare i versi e “sintonizzarli” su una fonte esterna, possono dotarsi di esclusive firme locali per distinguere individui, sessi, gruppi e così via. Inoltre, dimostrare la capacità di imitare suoni può costituire un segnale onesto di qualità dell’individuo” perché in ogni caso si tratta di un’attività particolarmente complessa che, come spiega Russo, richiede doti fisiche e neurali non indifferenti. In questo capitolo ci imbattiamo anche nei mitologici pappagallini groppaverde (Forpus passerinus), capaci di attribuire un nome a ciascuno dei loro piccoli: un segnale di contatto che i giovani esemplari apprenderanno dai loro genitori durante le prime fasi della crescita e che li caratterizzerà in modo univoco per il resto della loro vita.


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